Fiamme e lacrime di coccodrillo.

Le lacrime di coccodrillo che abbiamo visto piangere in questi giorni non basteranno a lenire le bruciature che ci restano dentro.
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Ora, a braci si spera definitivamente spente, bisogna dirlo senza giri di parole: l’ennesimo incendio del Morrone è una macchia collettiva enorme e senza appello o giustificazioni che peserà sulle spalle delle generazioni future e sulla qualità della vita in Valle Peligna.

Fosse solo perché rimarrà visibile per anni come plateale accusa come conseguenza del raccapriccio che coglierà tutti i visitatori che arriveranno in valle dall’altopiano delle Cinque Miglia o dal lato dei Navelli, oppure provenienti dalla Marsica sull’A25, i quali non potranno non rabbrividire quando gli si parerà dinnanzi l’enorme ustione.

E non è questione di dare colpe, evidenti, a chi nel corso degli anni nulla ha fatto o mosso per prevenire il ripetersi di eventi che con cadenze ormai regolari dagli anni ’70 vanno ad incenerire boschi storia, memoria e identità di una intera comunità.

Come nessuno si è interessato di tutelare nel corso dei decenni una vera e propria testimonianza vivente del primo conflitto mondiale, unico nel suo genere, che era il bosco di pino nero piantato sul Colle delle Vacche dai prigionieri austro-ungarici detenuti nel Campo 78 di Fonte d’Amore.

Chi come me una parte di quegli alberi bruciati li ha piantati da giovanissimo, per guadagnare qualche soldo nel cantiere della forestale che metteva a dimora alberi e disinfestava dalla processionaria, prova un malessere che prende la bocca dello stomaco, un disagio inesprimibile a parole che è un sentimento di perdita e al tempo stesso di preoccupazione per chi verrà dopo di noi.

Aggravato dal dolore di persone, amici, come Carmine Colella, che nella devastazione evitabile di un incendio agostano ha perso un uliveto centenario, frutto del lavoro di almeno quattro generazioni di agricoltori, di quelli che la terra la amano e la proteggono davvero.

Non è stata solo quella che in una definizione usata e abusata in innumerevoli articoli per sottolineare la gravità morale dello scempio è indicata come la “montagna di Celestino” (anche sarebbe più giusto dire di quell’eremita Pietro che del Morrone fece la sua casa) ad essere stata devastata.

Non siamo giudici e non giudichiamo a priori se chi doveva agire lo ha fatto tempestivamente e nei modi dovuti, se le risorse c’erano o no, se è stata adottata quella normale “diligenza del buon padre di famiglia” che è un principio fondamentale al quale anche il diritto si ispira.

Certo è che a distanza di nove anni due incendi devastanti hanno contraddistinto il mese di agosto e il ferragosto, periodi in cui gli italiani, tutti, sono piuttosto disattenti, diciamo così, frastornati dai selfie e dai social, dalle migliaia di diversamente utili feste, sagre e festival di ogni genere e natura al punto tale da non distinguerli più l’uno dall’altro.

Ovviamente, dirà qualcuno, è estate e ci sono quaranta gradi all’ombra. Vero, ma consentite un ombra di sospetto per la quasi cronometrica coincidenza.

Tutte le lacrime di coccodrillo che abbiamo visto piangere in questi giorni sulle ferite inferte alla montagna e alla natura, sul sacrificio dei volontari non abbastanza encomiati, sulle risorse per la prevenzione che non ci sono (ma che qualche comune pare abbia perfino rimandato indietro), sulla protezione civile ridotta al lumicino, non basteranno a lenire le bruciature che ci restano dentro.

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